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La fibbia scout

pubblicato 23 apr 2010, 07:35 da milano 35   [ aggiornato il 23 apr 2010, 07:50 da Massimo Guerreschi ]
Da "L'Esploratore", rivista ASCI, n.9/10 1958
(pubblicato anche in "Fuoco di Bivacco", di don Annunzio Gandolfi, ed. Ancora)


Sam Andreucci, quand’era responsabile regionale scout dell’Emilia Romagna, una sera raccontò al fuoco di bivacco il seguente episodio.

1943: campo di prigionia.
Desolata attesa della libertà nostra, ma più di tutto della liberazione della nostra Patria martoriata. Eravamo in cinque ufficiali sotto la tenda ai margini del deserto africano, bagnato dal nostro sangue in tanti anni di guerra.
Stavamo coricandoci, quando un capitano, vedendo la cinghia di cuoio con la fibbia degli scouts che mi toglievo spogliandomi, mi chiese: «Anche tu sei stato esploratore?» e, senza attendere la mia risposta, seguitò:
- Io conoscevo poco quel movimento quand’ero ragazzo e in Italia c’erano gli esploratori, sentivo qualche cosa che mi pareva straniero nella foggia delle uniformi e nella mentalità dei giovani iscritti che avevo conosciuto; ne diffidavo... Poi passarono gli anni, più non li vidi e li dimenticai.

Ora ti dirò come dopo tanto tempo mi sono ricreduto della mia convinzione.
Avevo il comando di una compagnia a Mareth; fra gli ufficiali c'era un tenente, alto, bruno, di una forza e di una resistenza alle fatiche rare a trovarsi. Era sempre calmo e sereno, ed era molto ben voluto dai soldati: soleva dire che gli Italiani sanno morire solo per amore ed esser benvoluti dai soldati significava poterli portare dove si voleva. Usava una cinghia di cuoio con la fibbia degli scouts, proprio come la tua, e quando era in maniche di camicia durante la giornata la teneva bene in vista. Un giorno, quasi per stuzzicarlo, gli chiesi il significato di quel fiordaliso e di quel motto latino: egli mi parlò di promessa, di antichi cavalieri, di un programma meraviglioso per un giovanetto; io poco capii e lasciai cadere la conversazione.

Una volta fummo attaccati da un battaglione inglese dei Granatieri della Regina, bei soldati davvero. Contrattaccammo; tornammo sulla nostra posizione, il contrattacco non era riuscito.
Mancava il tenente.

Due dei suoi soldati uscirono a cercarlo verso il luogo dove doveva essere caduto. Lo trovarono... Accanto a lui un soldato inglese era in ginocchio e, in silenzio, gli teneva il capo sollevato. I soldati ristettero timorosi di turbare il morente. Egli tentò sollevarsi, fece cenno di volersi alzare, poi lentamente si tolse la cinghia e la donò all'Inglese, poi in silenzio gli strinse la mano... e trapassò sorridendo: sembrava col sorriso rievocare visioni lontane della fanciullezza, visioni di una fratellanza resa più vera nell'ora del trapasso.


I due soldati rientrano col corpo del tenente e raccontarono che il soldato inglese, dopo aver composto il cadavere dell'ufficiale italiano caduto, aveva salutato con tre dita della mano destra riunite.., e ripeterono il saluto che io avevo visto fare agli esploratori.
- Capitano, - gli dissi, - gli scouts di tutto il mondo hanno una legge che fra l'altro dice: «Lo scout è amico di tutti e fratello di ogni altro scout».
Perciò il fratello inglese ha assistito il fratello italiano nell'ora estrema... Fra gli scouts si realizza quella fraternità che gli uomini tutti cercano.
Gli altri compagni di tenda e di sofferenze dormivano. Dopo un lungo silenzio, il capitano esclamò:
- Se è così, è bello.
Quella sera pensai al soldato inglese, all'ufficiale caduto, ai mille nostri riparti, ai campeggi lassù sui monti della nostra Patria, quando eravamo esploratori... e mi parve, la tenda della mia prigionia, la tenda nostra di esploratori.


La vicenda della "Fibbia Scout" è comunemente conosciuta nella versione di "parte italiana" (quella trascritta anche nel libro "Fuoco di Bivacco", di don Annunzio Gandolfi, che si può leggere collegandosi anche da qui...).... Ma, come potete leggere nella traduzione qui sotto, anche gli inglesi hanno raccontato una storia molto simile...., forse la stessa!

Quando facemmo la Promessa, i nostri capi inglesi, Capitano Willy e tenente George, salutarono per la prima volta la bandiera italiana.
Chiedemmo loro perchè prima non lo avessero mai fatto, e i due risposero che, a seguito della nostra Promessa, noi eravamo entrati a far parte della grande famiglia degli esploratori: il loro saluto era stato uno spontaneo omaggio alla bandiera dei nuovi fratelli, e col saluto era dovuto il rispetto per tutto ciò che ci fosse caro. Ciò per quella fraternità che implica una completa e concreta solidarietà che si crea tra scout e che non conosce limiti di razza, di spazio e di tempo.
Come era solito fare, il Capitano Willy trasse subito spunto dall’episodio per farci comprendere la lezione e ci raccontò la storia della fibbia.

Nel corso della guerra, in Libia gli scontri tra soldati inglesi e italiani erano purtroppo continui. I morti e i feriti restavano sul terreno, e di notte uscivano infermieri per portare aiuto a chi era ancora in vita.
Uscivano dalle proprie linee anche pattuglie armate per osservare da vicino le linee e postazioni nemiche ed accertare eventuali mutamenti di posizione.
Una notte, una pattuglia inglese in uscita fu attratta da sommessi lamenti che provenivano da un avvallamento del terreno. La pattuglia si avvicinò: gli uomini avevano le armi spianate perchè ci si andava avvicinando alle linee italiane ed era una luminosa notte di luna piena.

Quando giunse sul posto, la pattuglia scorse un ufficiale italiano moribonda steso a terra e, accanto a lui un soldato inglese che lo assisteva amorevolmente. Al di là dei due, dalla parte opposta si udivano dei sommessi rumori. Gli inglesi si buttarono a terra pronti a sparare ed avevano la netta sensazione che dall’altra parte, molto vicino, ci fossero soldati italiani acquattati sul terreno. Ma non fu sparato un solo colpo e gli inglesi non seppero mai se veramente di fronte a loro vi fossero gli italiani.

Intanto, l’infermiere inglese continuava ad assistere il moribondo. Questi gli fece segno di volersi sollevare e poi lentamente si sfilò la cinta e gliela diede. Poco dopo l’italiano morì. L'inglese gli chiuse gli occhi e, carezzandolo sulla fronte, ritornò verso le proprie linee, seguito dalla pattuglia armata.
Al rientro, gli uomini della pattuglia chiesero all'infermiere cosa gli aveva dato il moribondo, e perchè egli aveva corso il rischio di farsi ammazzare per assisterlo.
L'infermiere mostrò la cinta ricevuta che aveva una fibbia scout e disse: "That italian was my brother, he was a scout as i am" (quell'italiano era mio fratello, era uno scout come me).
Eravamo ragazzi e rimanemmo piuttosto colpiti da questa storia, tanto che Salvatore, non appena potè farlo, scambiò la sua fibbia di scout italiano con quella di un greco che incontrammo in un campo del Gargano.

In seguito, man mano che gli anni passavano, ci dicevano che in quella storia vi era troppa retorica, e che sembrava proprio creata apposta per evidenziare la fraternità scout.
Tanto più che all'epoca del fascismo non era probabile che un ufficiale italiano portasse una fibbia scout.
Ma, anche con questi dubbi, Salvatore continuò sempre a usare la sua fibbia greca, simbolo della fraternità internazionale scout.
Tanti anni dopo, in un Seminario di Animazione, mi stupii quando Ernesto Marcatelli di Roma mi raccontò una storia simile e, poi, stranamente ritrovai il racconto in un libro di don Annunzio Gandolfi ("Fuoco di bivacco"), che lo narra come visto e vissuto non dalla parte degli inglesi, ma da quella degli italiani.
Quando ne parlai a Salvatore egli trovò nel racconto di don Annunzio la conferma della storia del capitano Willy: "dunque il capitano non diceva fesserie! Quella notte - diceva - attorno al moribondo e all'infermiere vi erano veramente soldati nemici. Perchè non fu sparato un colpo? Non lo sapremo mai: Fu il rispetto per la morte incombente, o forse il comportamento dell'infermiere inglese, in ginocchio accanto al morente, a bloccare le dita dei soldati sui grilletti delle armi".

A questo punto, il racconto non è solo una storia di fraternità e di umana solidarietà, ma mostra anche come le azioni nobili e buone possano essere compiute pure nei momenti più duri e difficili, perfino quando imperversa la furia omicida, e destano sempre un ammirato stupore.
E se poi si tratta di una fibbia inventata, di un mito o di una leggenda, bisogna riconoscere che è proprio una bella fibbia.
Il mito è sempre espressione fantastica di un valore tanto sentito da voler essere rappresentato concretamente nella sua veste migliore.
Se la storia della fibbia è un mito, la fraternità scout è realtà insopprimibile.

il racconto è stato scritto da Piero Antonacci in "La nostra strada", periodico della Comunità MASCI "Daunia"
di San Severo (FG), Marzo 1993.

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Massimo Guerreschi,
23 apr 2010, 12:08
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