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Aquile Randage in azione

pubblicato 23 apr 2010, 07:42 da milano 35   [ aggiornato il 23 apr 2010, 13:10 da Massimo Guerreschi ]
Un episodio riportato nel libro "Le Aquile randagie" - ed Nuova Fiordaliso- scritto da Vittorio Cagnoni assieme a Carlo Verga.
L'opera racconta lo Scautismo clandestino lombardo nel periodo 1928-1945.

Sull'episodio è stato realizzato anche un bel fumetto - da cui sono tolte le immagini che arricchiscono il testo - pubblicato da Italia Missionaria nel 1989 e riportato per intero nel libro di Cagnoni e Verga.


Forse a questi rover sono stati molto utili tutti i Grandi Giochi e i Giochi Notturni fatti in Reparto.
ERA UN PICCOLO FRATELLO
dal quaderno di marcia di un R.S.

In una “città giardino" c’è un bianco ospedale dove un bimbo convalescente attende di uscire. Ma non andrà a casa, lo caricheranno su un treno e andrà in un campo di concentramento. Poiché siamo nel 1944 e quel bimbo è ebreo.
I nonni sono riusciti a far rimandare la partenza dicendolo malato e I tedeschi hanno acconsentito di farlo guarire prima di mandarlo a morire.
Sulle vie dell’aria corre però un messaggio.


“Qui parla Oscar: ho bisogno di vederti subito!”
Dalla voce dell’interlocutore capii che c’era qualcosa di grave per l’aria. Dopo non  molto mi trovai dall’amico U.
“Bisogna agire subito per sottrarre un bambino ebreo alla deportazione in Germania, colla madre già agli arresti. L’ho fatto uscire dalla prigione persuadendo il medico ad operarlo di appendicite. Ma ormai la convalescenza è finita. È all’ospedale di X: bisogna salvarlo a qualunque costo” ,“ Va bene, capo”

Così la nostra piccola pattuglia di tre Rovers-Scout dell’O.S.C.A.R. (organizzazione Scout collocamento assistenza ricercati) affrontava una nuova impresa. Ci portammo alla città Indicata ove trovammo ospitalità presso una delle tante buone famiglie che affrontavano rischi non indifferenti pur di fare del bene.

Nelle ore di visita fummo all’ospedale. Separatamente, per i rilievi necessari: ilbambino si trovava in una sala al pian terreno; una sala di otto letti occupati da donne. Un piantone vigilava. Il percorso tra la sala e l’uscita non era breve: oltre un lungo corridoio bisognava attraversare un cortile, scendere una scalinata e varcare la portineria.

La sera stessa tentammo il primo colpo: mentre un taxi (e fu lavoro di non poche ore trovare, sondare e persuadere un autista disposto ad arrischiare) attendeva all’ingresso, uno di noi si fermava dal custode per distrarlo con la scusa di un’informazione; gli altri due, infilata la porta, si portavano veloci verso il bambino.
Nella penombra dei corridoi avanzammo: una suora ci guardò sospettosa, un’infermiera ci domandò quale “aggravato” cercavamo.
Dal corridoio guardammo nella sala: il poliziotto era seduto sul letto del piccolo.
Nulla da fare: pur attaccandolo, il suo allarme avrebbe bloccato la ritirata, troppo esposta, prima di giungere all’uscita.
Dovemmo ripiegare sconfitti.

“Qui Oscar. Muovetevi, il bambino è considerato guarito e sta per essere trasferito”
Fingendoci operai girammo, per tutta la mattina seguente, il giardino dell’ospedale: finalmente una scoperta preziosa! Nella parte posteriore un vecchio cancello rugginoso, da anni lasciato Inattivo, dava su una piccola strada che, attraverso un deposito di legnami della organizzazione TODT, comunicava con la strada provinciale. Mentre due di noi provvedevano a far saltare la catena, un altro studiava il percorso per poter giungere da una porta posteriore direttamente alla sala evitando qualsiasi corridoio.


Per la nuova impresa eravamo in quattro (un nuovo fratello era stato richiesto per sicurezza). Avanti, adagio.
Dalla casupola del guardiano giungevano canti di gutturali voci tedesche. Esse ci furono utilissime per coprire lo scricchiolio del passi sulla ghiaia.
Il cancello cede. Siamo nel giardino, L’oscurità è profonda: qualche lume vagante. Sono le infermiere che si danno i turni della notte. Ci appostiamo ad una siepe, vicino alla porta d’ingresso della sala.
Due indossano camici bianchi: sembrano medici, ciò allo scopo di disonientare eventuali testimoni, due proteggono la manovra. Si sbircia dalle persiane socchiuse: Il poliziotto è uscito fuori a fumare. Un’infermiera è presso Il letto di un malato.

Presto!

“I signori sono pregati di non muoversi!” così risuona una voce mentre due pistole si puntano sui presenti. Uno si avvicina al letto del piccolo. “Non piangere, ti porto dalla tua mamma”.
Egli guarda sorpreso. Una coperta lo avvolge: si afferra tremante al collo di questo misterioso salvatore L’infermiera lancia un urlo e si attacca al campanello d allarme Tutto I’ ospedale è in movimento
I rapitori battono veloci in ritirata, mentre i due primi tengono a bada eventuali inseguitori.
Voci, luci accese, grida, comandi concitati: il poliziotto sembra impazzito; nessuno riesce a immaginare da che parte si possa essere entrati.


Tutte le uscite sono bloccate, meno quella che ci interessa. Sorpassiamo il cancello; i lavoratori della TOD T conti nuano a cantare.
l motore della macchina non si avvia : sono secondi che sembrano secoli.
Poco dopo Il bambino dorme in un piccolo letto di una casa posta a fianco della caserma d ella milizia.
Dall ’altra parte vi è la stanza di un ufffciale. Le due teste combaciano: solo un tenue mur o le divide.
Il giorno dopo vengono arrestati il direttore dell’ospedale, l’infermiera e il poliziotto: l’inchiesta è severissima.

Ciò che scotta di più è la beffa.
“Pronto, Os
car: tutto bene”
A 60 ore dalla prima telefonata, la missione era stata condotta a termine.

da R-S Servire , Gennaio 1949
ripreso da Esperienze e Progetti


 

   

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