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SCAFFALE SCOUT

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Aquile Randage in azione

pubblicato 23 apr 2010, 07:42 da milano 35   [ aggiornato il 23 apr 2010, 13:10 da Massimo Guerreschi ]

Un episodio riportato nel libro "Le Aquile randagie" - ed Nuova Fiordaliso- scritto da Vittorio Cagnoni assieme a Carlo Verga.
L'opera racconta lo Scautismo clandestino lombardo nel periodo 1928-1945.

Sull'episodio è stato realizzato anche un bel fumetto - da cui sono tolte le immagini che arricchiscono il testo - pubblicato da Italia Missionaria nel 1989 e riportato per intero nel libro di Cagnoni e Verga.


Forse a questi rover sono stati molto utili tutti i Grandi Giochi e i Giochi Notturni fatti in Reparto.
ERA UN PICCOLO FRATELLO
dal quaderno di marcia di un R.S.

In una “città giardino" c’è un bianco ospedale dove un bimbo convalescente attende di uscire. Ma non andrà a casa, lo caricheranno su un treno e andrà in un campo di concentramento. Poiché siamo nel 1944 e quel bimbo è ebreo.
I nonni sono riusciti a far rimandare la partenza dicendolo malato e I tedeschi hanno acconsentito di farlo guarire prima di mandarlo a morire.
Sulle vie dell’aria corre però un messaggio.


“Qui parla Oscar: ho bisogno di vederti subito!”
Dalla voce dell’interlocutore capii che c’era qualcosa di grave per l’aria. Dopo non  molto mi trovai dall’amico U.
“Bisogna agire subito per sottrarre un bambino ebreo alla deportazione in Germania, colla madre già agli arresti. L’ho fatto uscire dalla prigione persuadendo il medico ad operarlo di appendicite. Ma ormai la convalescenza è finita. È all’ospedale di X: bisogna salvarlo a qualunque costo” ,“ Va bene, capo”

Così la nostra piccola pattuglia di tre Rovers-Scout dell’O.S.C.A.R. (organizzazione Scout collocamento assistenza ricercati) affrontava una nuova impresa. Ci portammo alla città Indicata ove trovammo ospitalità presso una delle tante buone famiglie che affrontavano rischi non indifferenti pur di fare del bene.

Nelle ore di visita fummo all’ospedale. Separatamente, per i rilievi necessari: ilbambino si trovava in una sala al pian terreno; una sala di otto letti occupati da donne. Un piantone vigilava. Il percorso tra la sala e l’uscita non era breve: oltre un lungo corridoio bisognava attraversare un cortile, scendere una scalinata e varcare la portineria.

La sera stessa tentammo il primo colpo: mentre un taxi (e fu lavoro di non poche ore trovare, sondare e persuadere un autista disposto ad arrischiare) attendeva all’ingresso, uno di noi si fermava dal custode per distrarlo con la scusa di un’informazione; gli altri due, infilata la porta, si portavano veloci verso il bambino.
Nella penombra dei corridoi avanzammo: una suora ci guardò sospettosa, un’infermiera ci domandò quale “aggravato” cercavamo.
Dal corridoio guardammo nella sala: il poliziotto era seduto sul letto del piccolo.
Nulla da fare: pur attaccandolo, il suo allarme avrebbe bloccato la ritirata, troppo esposta, prima di giungere all’uscita.
Dovemmo ripiegare sconfitti.

“Qui Oscar. Muovetevi, il bambino è considerato guarito e sta per essere trasferito”
Fingendoci operai girammo, per tutta la mattina seguente, il giardino dell’ospedale: finalmente una scoperta preziosa! Nella parte posteriore un vecchio cancello rugginoso, da anni lasciato Inattivo, dava su una piccola strada che, attraverso un deposito di legnami della organizzazione TODT, comunicava con la strada provinciale. Mentre due di noi provvedevano a far saltare la catena, un altro studiava il percorso per poter giungere da una porta posteriore direttamente alla sala evitando qualsiasi corridoio.


Per la nuova impresa eravamo in quattro (un nuovo fratello era stato richiesto per sicurezza). Avanti, adagio.
Dalla casupola del guardiano giungevano canti di gutturali voci tedesche. Esse ci furono utilissime per coprire lo scricchiolio del passi sulla ghiaia.
Il cancello cede. Siamo nel giardino, L’oscurità è profonda: qualche lume vagante. Sono le infermiere che si danno i turni della notte. Ci appostiamo ad una siepe, vicino alla porta d’ingresso della sala.
Due indossano camici bianchi: sembrano medici, ciò allo scopo di disonientare eventuali testimoni, due proteggono la manovra. Si sbircia dalle persiane socchiuse: Il poliziotto è uscito fuori a fumare. Un’infermiera è presso Il letto di un malato.

Presto!

“I signori sono pregati di non muoversi!” così risuona una voce mentre due pistole si puntano sui presenti. Uno si avvicina al letto del piccolo. “Non piangere, ti porto dalla tua mamma”.
Egli guarda sorpreso. Una coperta lo avvolge: si afferra tremante al collo di questo misterioso salvatore L’infermiera lancia un urlo e si attacca al campanello d allarme Tutto I’ ospedale è in movimento
I rapitori battono veloci in ritirata, mentre i due primi tengono a bada eventuali inseguitori.
Voci, luci accese, grida, comandi concitati: il poliziotto sembra impazzito; nessuno riesce a immaginare da che parte si possa essere entrati.


Tutte le uscite sono bloccate, meno quella che ci interessa. Sorpassiamo il cancello; i lavoratori della TOD T conti nuano a cantare.
l motore della macchina non si avvia : sono secondi che sembrano secoli.
Poco dopo Il bambino dorme in un piccolo letto di una casa posta a fianco della caserma d ella milizia.
Dall ’altra parte vi è la stanza di un ufffciale. Le due teste combaciano: solo un tenue mur o le divide.
Il giorno dopo vengono arrestati il direttore dell’ospedale, l’infermiera e il poliziotto: l’inchiesta è severissima.

Ciò che scotta di più è la beffa.
“Pronto, Os
car: tutto bene”
A 60 ore dalla prima telefonata, la missione era stata condotta a termine.

da R-S Servire , Gennaio 1949
ripreso da Esperienze e Progetti


 

   

La fibbia scout

pubblicato 23 apr 2010, 07:35 da milano 35   [ aggiornato il 23 apr 2010, 07:50 da Massimo Guerreschi ]

Da "L'Esploratore", rivista ASCI, n.9/10 1958
(pubblicato anche in "Fuoco di Bivacco", di don Annunzio Gandolfi, ed. Ancora)


Sam Andreucci, quand’era responsabile regionale scout dell’Emilia Romagna, una sera raccontò al fuoco di bivacco il seguente episodio.

1943: campo di prigionia.
Desolata attesa della libertà nostra, ma più di tutto della liberazione della nostra Patria martoriata. Eravamo in cinque ufficiali sotto la tenda ai margini del deserto africano, bagnato dal nostro sangue in tanti anni di guerra.
Stavamo coricandoci, quando un capitano, vedendo la cinghia di cuoio con la fibbia degli scouts che mi toglievo spogliandomi, mi chiese: «Anche tu sei stato esploratore?» e, senza attendere la mia risposta, seguitò:
- Io conoscevo poco quel movimento quand’ero ragazzo e in Italia c’erano gli esploratori, sentivo qualche cosa che mi pareva straniero nella foggia delle uniformi e nella mentalità dei giovani iscritti che avevo conosciuto; ne diffidavo... Poi passarono gli anni, più non li vidi e li dimenticai.

Ora ti dirò come dopo tanto tempo mi sono ricreduto della mia convinzione.
Avevo il comando di una compagnia a Mareth; fra gli ufficiali c'era un tenente, alto, bruno, di una forza e di una resistenza alle fatiche rare a trovarsi. Era sempre calmo e sereno, ed era molto ben voluto dai soldati: soleva dire che gli Italiani sanno morire solo per amore ed esser benvoluti dai soldati significava poterli portare dove si voleva. Usava una cinghia di cuoio con la fibbia degli scouts, proprio come la tua, e quando era in maniche di camicia durante la giornata la teneva bene in vista. Un giorno, quasi per stuzzicarlo, gli chiesi il significato di quel fiordaliso e di quel motto latino: egli mi parlò di promessa, di antichi cavalieri, di un programma meraviglioso per un giovanetto; io poco capii e lasciai cadere la conversazione.

Una volta fummo attaccati da un battaglione inglese dei Granatieri della Regina, bei soldati davvero. Contrattaccammo; tornammo sulla nostra posizione, il contrattacco non era riuscito.
Mancava il tenente.

Due dei suoi soldati uscirono a cercarlo verso il luogo dove doveva essere caduto. Lo trovarono... Accanto a lui un soldato inglese era in ginocchio e, in silenzio, gli teneva il capo sollevato. I soldati ristettero timorosi di turbare il morente. Egli tentò sollevarsi, fece cenno di volersi alzare, poi lentamente si tolse la cinghia e la donò all'Inglese, poi in silenzio gli strinse la mano... e trapassò sorridendo: sembrava col sorriso rievocare visioni lontane della fanciullezza, visioni di una fratellanza resa più vera nell'ora del trapasso.


I due soldati rientrano col corpo del tenente e raccontarono che il soldato inglese, dopo aver composto il cadavere dell'ufficiale italiano caduto, aveva salutato con tre dita della mano destra riunite.., e ripeterono il saluto che io avevo visto fare agli esploratori.
- Capitano, - gli dissi, - gli scouts di tutto il mondo hanno una legge che fra l'altro dice: «Lo scout è amico di tutti e fratello di ogni altro scout».
Perciò il fratello inglese ha assistito il fratello italiano nell'ora estrema... Fra gli scouts si realizza quella fraternità che gli uomini tutti cercano.
Gli altri compagni di tenda e di sofferenze dormivano. Dopo un lungo silenzio, il capitano esclamò:
- Se è così, è bello.
Quella sera pensai al soldato inglese, all'ufficiale caduto, ai mille nostri riparti, ai campeggi lassù sui monti della nostra Patria, quando eravamo esploratori... e mi parve, la tenda della mia prigionia, la tenda nostra di esploratori.


La vicenda della "Fibbia Scout" è comunemente conosciuta nella versione di "parte italiana" (quella trascritta anche nel libro "Fuoco di Bivacco", di don Annunzio Gandolfi, che si può leggere collegandosi anche da qui...).... Ma, come potete leggere nella traduzione qui sotto, anche gli inglesi hanno raccontato una storia molto simile...., forse la stessa!

Quando facemmo la Promessa, i nostri capi inglesi, Capitano Willy e tenente George, salutarono per la prima volta la bandiera italiana.
Chiedemmo loro perchè prima non lo avessero mai fatto, e i due risposero che, a seguito della nostra Promessa, noi eravamo entrati a far parte della grande famiglia degli esploratori: il loro saluto era stato uno spontaneo omaggio alla bandiera dei nuovi fratelli, e col saluto era dovuto il rispetto per tutto ciò che ci fosse caro. Ciò per quella fraternità che implica una completa e concreta solidarietà che si crea tra scout e che non conosce limiti di razza, di spazio e di tempo.
Come era solito fare, il Capitano Willy trasse subito spunto dall’episodio per farci comprendere la lezione e ci raccontò la storia della fibbia.

Nel corso della guerra, in Libia gli scontri tra soldati inglesi e italiani erano purtroppo continui. I morti e i feriti restavano sul terreno, e di notte uscivano infermieri per portare aiuto a chi era ancora in vita.
Uscivano dalle proprie linee anche pattuglie armate per osservare da vicino le linee e postazioni nemiche ed accertare eventuali mutamenti di posizione.
Una notte, una pattuglia inglese in uscita fu attratta da sommessi lamenti che provenivano da un avvallamento del terreno. La pattuglia si avvicinò: gli uomini avevano le armi spianate perchè ci si andava avvicinando alle linee italiane ed era una luminosa notte di luna piena.

Quando giunse sul posto, la pattuglia scorse un ufficiale italiano moribonda steso a terra e, accanto a lui un soldato inglese che lo assisteva amorevolmente. Al di là dei due, dalla parte opposta si udivano dei sommessi rumori. Gli inglesi si buttarono a terra pronti a sparare ed avevano la netta sensazione che dall’altra parte, molto vicino, ci fossero soldati italiani acquattati sul terreno. Ma non fu sparato un solo colpo e gli inglesi non seppero mai se veramente di fronte a loro vi fossero gli italiani.

Intanto, l’infermiere inglese continuava ad assistere il moribondo. Questi gli fece segno di volersi sollevare e poi lentamente si sfilò la cinta e gliela diede. Poco dopo l’italiano morì. L'inglese gli chiuse gli occhi e, carezzandolo sulla fronte, ritornò verso le proprie linee, seguito dalla pattuglia armata.
Al rientro, gli uomini della pattuglia chiesero all'infermiere cosa gli aveva dato il moribondo, e perchè egli aveva corso il rischio di farsi ammazzare per assisterlo.
L'infermiere mostrò la cinta ricevuta che aveva una fibbia scout e disse: "That italian was my brother, he was a scout as i am" (quell'italiano era mio fratello, era uno scout come me).
Eravamo ragazzi e rimanemmo piuttosto colpiti da questa storia, tanto che Salvatore, non appena potè farlo, scambiò la sua fibbia di scout italiano con quella di un greco che incontrammo in un campo del Gargano.

In seguito, man mano che gli anni passavano, ci dicevano che in quella storia vi era troppa retorica, e che sembrava proprio creata apposta per evidenziare la fraternità scout.
Tanto più che all'epoca del fascismo non era probabile che un ufficiale italiano portasse una fibbia scout.
Ma, anche con questi dubbi, Salvatore continuò sempre a usare la sua fibbia greca, simbolo della fraternità internazionale scout.
Tanti anni dopo, in un Seminario di Animazione, mi stupii quando Ernesto Marcatelli di Roma mi raccontò una storia simile e, poi, stranamente ritrovai il racconto in un libro di don Annunzio Gandolfi ("Fuoco di bivacco"), che lo narra come visto e vissuto non dalla parte degli inglesi, ma da quella degli italiani.
Quando ne parlai a Salvatore egli trovò nel racconto di don Annunzio la conferma della storia del capitano Willy: "dunque il capitano non diceva fesserie! Quella notte - diceva - attorno al moribondo e all'infermiere vi erano veramente soldati nemici. Perchè non fu sparato un colpo? Non lo sapremo mai: Fu il rispetto per la morte incombente, o forse il comportamento dell'infermiere inglese, in ginocchio accanto al morente, a bloccare le dita dei soldati sui grilletti delle armi".

A questo punto, il racconto non è solo una storia di fraternità e di umana solidarietà, ma mostra anche come le azioni nobili e buone possano essere compiute pure nei momenti più duri e difficili, perfino quando imperversa la furia omicida, e destano sempre un ammirato stupore.
E se poi si tratta di una fibbia inventata, di un mito o di una leggenda, bisogna riconoscere che è proprio una bella fibbia.
Il mito è sempre espressione fantastica di un valore tanto sentito da voler essere rappresentato concretamente nella sua veste migliore.
Se la storia della fibbia è un mito, la fraternità scout è realtà insopprimibile.

il racconto è stato scritto da Piero Antonacci in "La nostra strada", periodico della Comunità MASCI "Daunia"
di San Severo (FG), Marzo 1993.

DISCORSO ALLA CITTÀ PER LA VIGILIA DI S. AMBROGIO 2009

pubblicato 15 mar 2010, 13:24 da milano 35   [ aggiornato il 15 mar 2010, 13:26 da Massimo Guerreschi ]

MILANO TORNI GRANDE CON LA SOBRIETÀ E LA SOLIDARIETÀ

DISCORSO ALLA CITTÀ PER LA VIGILIA DI S. AMBROGIO 2009

TESTO LETTO DAL CARDINALE

Carissimi,

ancora una volta il Signore mi dà la grazia e la gioia di rivolgermi alla Città per la festa di sant’Ambrogio, patrono di Milano e della Diocesi.

L’amore per la nostra Città

Inizio confessando il particolare amore che mi lega a questa Città, alla mia Città. Sono sicuro che tutti voi condividete con me questo amore, un amore segnato da gratitudine e insieme da responsabilità.

La gratitudine, anzi tutto. Riconosciamo il patrimonio di fede, di storia, di cultura, di tradizioni, di opere che nei secoli ha arricchito la nostra Città: una preziosa eredità che ogni giorno viene posta nelle nostre mani, un dono grande che è offerto anche alle giovani generazioni e ai milanesi di domani, a coloro che in questa Città vengono ad abitare da altre città, da terre lontane.

A questa nostra gratitudine s’accompagna poi un senso di responsabilità. È un amore che si pone una domanda: sapremo anche noi arricchire l’eredità morale e spirituale da trasmettere a quanti verranno dopo di noi?

Ma quale potrà essere il nostro modo, per conservare, anzi per arricchire la storia di questa Città? Nessuno di noi pensa che per perpetuare nel futuro la grandezza di Milano sia sufficiente edificare qualche monumento, questa o quell’altra infrastruttura, abbellirla con qualche opera d’arte. Si tratta di interventi utili ma – sappiamo - da sempre sono gli abitanti la ricchezza più grande di una città. Mi chiedo ancora: noi stiamo portando il nostro contributo per rendere grande Milano? “Milano con il cuore in mano”, “solidarismo ambrosiano”: queste ed altre espressioni proverbiali, da sole, lasciano intendere quale sia l’eredità migliore che ci è stata consegnata: la solidarietà. Tante istituzioni caritative ne sono una splendida testimonianza. Eroi della solidarietà dicono di questa grandezza. Come non ricordare il beato don Carlo Gnocchi e la Fondazione che ne porta il nome? 

La solidarietà rende grande la Città

È la pratica straordinaria della solidarietà che ha reso grande nei secoli Milano. Ed è sulla solidarietà che dobbiamo misurare ancora oggi l’autenticità della grandezza della nostra Città. Spesso la solidarietà riceve un’interpretazione semplicistica: emotivo-sentimentale nell’ambito personale, benefico-assistenziale in quello sociale. Ma, come sottolinea la recente enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, la solidarietà esige di essere riscattata da queste visioni parziali, affermandone il ruolo tipicamente sociale e politico. Essa, infatti, persegue il bene non solo individuale ma anche e specificamente comune, è del tutto inscindibile dalla giustizia e include, pertanto, la presenza attiva e responsabile delle stesse Istituzioni ben oltre il pur indispensabile servizio del volontariato.

La solidarietà è inseparabile dalla giustizia e per questo ha una destinazione propriamente sociale. Alla sua radice ci sono sempre gli altri. Sì, gli altri, perché ciascuno di noi, lungi dall’essersi costituito da sé, è in se stesso un dono, un essere che ha ricevuto molto dagli altri. E non c’è solo un debito individuale, ma anche un debito comunitario, che ci lega alle generazioni che ci hanno preceduto. Scriveva Paolo VI nella sua famosa Enciclica sullo sviluppo dei popoli e dell’intera umanità: 

«Ogni uomo è membro della società: appartiene all’umanità intera… Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti, e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi a ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà universale, che è un fatto, per noi è non solo un beneficio, ma altresì un dovere» (Populorum progressio, 17).

La solidarietà riveste i tratti del dovere. È un aspetto che viene sottolineato con forza anche dalla nostra Costituzione. Tra i “principi fondamentali” viene affermato il profondo legame tra i “diritti inviolabili dell’uomo” e “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (art. 2). È questo il grande patto sociale che mantiene coesa una città. Qui è in gioco una virtù cardinale, è in gioco la giustizia! 

Milano è una città solidale?

La nostra Città oggi è una città solidale, all’altezza della sua tradizione? È difficile rispondere con poche parole.

Come ogni città, anche la nostra Milano è una città composita, dai tanti volti, dalle mille storie, che in alcune sue parti rischia di essere costituita da isole, da “città nella città”. Non ha un aspetto unico ed è inevitabile che sia così per una metropoli moderna.

E se la solidarietà non è solo il dare episodico ma una tensione interiore che si esprime in comportamenti abituali e permanenti, si fa inevitabile la domanda se la nostra città sia veramente solidale con tutti i suoi abitanti.

Milano è solidale con i bambini e il loro futuro se, ad esempio, sono sufficienti gli asili nido, le scuole materne, i parchi gioco. La città è solidale con i ragazzi se sa dare loro, insieme a un’offerta scolastica qualificata, anche opportunità educative, culturali, ricreative, quali momenti significativi per prevenire il disagio.                        

La città è solidale con i giovani se sa farsi carico delle loro domande e delle loro tensioni, se sa ascoltarli e guardarli con stima, fiducia, amore sincero. Ma è solidarietà offrire ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro forme di impiego quasi sempre precarie, quasi a voler approfittare della loro condizione, sfruttando le loro necessità?

La solitudine poi di tante persone manifesta il bisogno di solidarietà. Sono sole tante famiglie, alle prese con il peso di conflitti e violenze nascoste, con il dramma della separazione, con i problemi economici, con la malattia di un congiunto; sono soli tanti anziani, senza relazioni significative e prospettive per il futuro; rischiano di essere soli gli immigrati, spesso confinati – per chiusura o per rifiuto sociale – dentro i propri gruppi etnici…

Ma Milano offre anche molti esempi di autentica solidarietà. Penso a tutti i lavoratori che compiono bene il proprio dovere, con dedizione e generosità. Non sono poche le persone che hanno come tratto distintivo della propria vita il volontariato e nelle associazioni caritative. Voglio qui menzionare in particolare – insieme ai benefattori – le centinaia di volontari impegnati nel “Fondo Famiglia-Lavoro”, non solo per distribuire contributi economici, ma soprattutto per ascoltare chi ha perso l’occupazione, studiare con loro soluzioni per tornare a essere produttivi.

Non mancano gli imprenditori che sfidano la crisi economica affrontando sacrifici pur di salvaguardare il posto di lavoro dei propri dipendenti e di non far mancare il sostentamento alle famiglie; i ricercatori che sono attivi per migliorare le cure con cui combattere la malattia. Non manca chi progetta con intelligenza gli spazi della città per innalzare la qualità della vita delle persone. Come non citare poi chi opera per migliorare le condizioni di vita degli immigrati, chi si impegna per offrire percorsi di autentica integrazione, per coniugare solidarietà e legalità? Mi ha colpito nei giorni scorsi, a seguito dello sgombero di un gruppo di famiglie rom accampate a Milano, la silenziosa mobilitazione e l’aiuto concreto portato loro da alcune parrocchie, da tante famiglie del quartiere preoccupate, in particolare, di salvaguardare la continuità dell’inserimento a scuola – già da tempo avviato – dei bambini. La risposta della Città e delle Istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive. La Chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della Città hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilità per costruire un percorso di integrazione. Non possiamo, per il bene di tutta la Città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere.

Sono innumerevoli coloro che nella vita quotidiana tengono gli occhi aperti alle necessità degli altri: attenzioni che si concretizzano in piccoli gesti e segni di prossimità, ma che – considerati tutti insieme – portano uno straordinario beneficio a tantissime persone per il loro equilibrio, per il loro benessere, assorbendo tanta fatica che, altrimenti, appesantirebbe la vita di molte persone e della Città nel suo insieme. Senza questi “angeli” della quotidianità la vita a Milano sarebbe per tanti sicuramente più difficile.

In questa prospettiva va promossa con decisione una “nuova solidarietà” che assuma la forma di una vera e propria “alleanza” intesa come incontro, dialogo, scambio d’informazioni, condivisione di interventi, collaborazione corresponsabile tra le istituzioni pubbliche e le forze vive della società civile, ovviamente nel rispetto delle diverse competenze e nel segno di una reciproca fiducia: si pensi, in particolare, all’urgenza di una simile alleanza nei fondamentali ambiti della scuola, del lavoro, della salute, della lotta alle varie forme di povertà e di emarginazione sociale. 

Non c’è solidarietà senza sobrietà

Ed ora, proprio nel contesto di Milano chiamata a un supplemento di solidarietà, giungo a un’affermazione forse inattesa: quella riguardante la sobrietà. Sì, la nostra Milano, come tutte le città e forse ancor più delle altre, ha bisogno di sobrietà. Vorrei ricordare quanto dissi nell’omelia della S. Messa della notte dell’ultimo Natale in Duomo quando rivolsi un invito alla conversione: «C’è uno stile di vita costruito sul consumismo che tutti siamo invitati a cambiare per tornare a una santa sobrietà, segno di giustizia prima ancora che di virtù».

A distanza di quasi un anno, sento di dover ripetere queste parole, invitando a recuperare la fatica e la gioia della sobrietà. La sobrietà è possibile, in essa c’è il segreto della vita buona e bella, anche se il cammino per arrivarvi è difficile e chiede che si cambi lo stile di vita. Con la sobrietà è in questione un “ritornare”, come se si fosse smarrita la strada. Ci siamo lasciati andare a una cultura dell’eccesso, dell’esagerazione.

Soprattutto la sobrietà è questione di “giustizia”. Siamo in un mondo dove c’è chi ha troppo e chi troppo poco, e anche nella nostra Città c’è chi sta molto bene, mentre sempre più aumenta il numero di chi fa più fatica. La sobrietà ci aiuta a costruire la giustizia, perché decide, sceglie e agisce secondo la giusta misura, e dunque sempre con l’attenzione vigilante ai diritti e doveri che si hanno nei riguardi sia di se stessi che degli altri, superando sempre eccessi e sprechi. In particolare la “giusta misura” nell’uso dei beni rende la sobrietà, da un lato nemica dell’avarizia, dall’altro amica della liberalità, ossia di una pronta disponibilità alla condivisione dei beni.

Questa stretta connessione tra la sobrietà e la giustizia ci aiuta a comprendere come la sobrietà sia una via privilegiata che ci conduce alla solidarietà. Solo chi è sobrio può essere veramente solidale. Infatti la sobrietà crea gli spazi: nella mente, nel cuore, nella vita, nella nostra casa… La sobrietà apre agli altri e ridimensiona l’importanza eccessiva che diamo a noi stessi; ci apre agli altri e in ogni cosa ci interpella a partire dal bisogno altrui. 

La sobrietà favorisce lo sviluppo

La sobrietà non è solo un valore personale e individuale, è anche un valore sociale, comunitario: coinvolge la Città come tale.

Una delle più frequenti obiezioni alla sobrietà va al cuore della questione: l’industria e il terziario tengono solo se ci sono consumi, il cui calo comporta il calo della produzione. Ora la sobrietà pare esigere una riduzione dei consumi e, se attuata, andrebbe contro lo sviluppo, divenendo fonte di gravi problemi a cominciare dalla disoccupazione. Dunque la sobrietà potrebbe apparire un valore estraneo per Milano! Sobrietà, però, non significa non consumare e non produrre. È piuttosto “utilizzare” non in un’ottica di spreco, bensì di saggio impiego, finalizzando così la produzione e i servizi ai veri bisogni dei singoli, per crescere nel benessere condiviso.

La sobrietà muove dalla consapevolezza che le risorse sono limitate e che vanno quindi ben utilizzate. Essa stimola l’intelligenza e la capacità di ciascuno perché sappia usare al meglio le opportunità che vengono offerte per il singolo e per gli altri, per l’intera umanità. La sobrietà non danneggia l’economia ma è a favore di una sua realizzazione sapiente perché mette al centro la persona e le sue esigenze più vere. È questo l’insegnamento della Chiesa riproposto nell’enciclica sociale Caritas in veritate.

Il futuro della Città: Expo 2015 e vita quotidiana

In questa prospettiva Milano deve considerare le opportunità legate a Expo 2015. Lo stesso tema prescelto “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” offre un ambito dove la sobrietà, rettamente intesa, può essere un fattore determinante. La sfida di “nutrire il pianeta” – meglio dire, tutte le persone che vivono e vivranno sulla Terra – esige infatti un profondo ripensamento dell’uso delle risorse. Richiede intelligenza per escogitare forme nuove di uso e valorizzazione dei beni; pretende un salto di qualità nell’intendere in modo nuovo e solidale i legami tra le nazioni e l’interconnessione tra i diversi attori pubblici e privati della produzione e del mercato; spinge a impiegare energie per la ricerca agro-alimentare; comporta impegno per cercare modalità di dialogo e di scambio, di conoscenza e di risorse, per una crescita equilibrata e solidale del pianeta.

Ovviamente la realtà di Milano non può esaurirsi nell’avventura dell’Expo. La speranza è che questo evento possa far da traino per un ripensamento globale di Milano in termini innovativi, economicamente solidi e promettenti, aperti a una visione profondamente etica e responsabile.

Diventa inevitabile a questo punto interrogarci sulle concrete applicazioni quotidiane della sobrietà come via alla solidarietà nell’ambito della nostra Città, in riferimento, ad esempio, alle risorse pubbliche e al loro impiego.

Milano è spesso etichettata come città “del fare”. La sobrietà può rinverdire questo nobile appellativo: un “fare” che non deve riguardare solo la dimensione produttiva ma che vuole mirare ai risultati concreti a beneficio di tutti gli abitanti; un risultato che si raggiungerà eliminando tutto ciò che è superficiale, vuota apparenza, perdita di tempo e spreco di risorse. Non abbiamo forse la sensazione che si punti alla costruzione di campagne di comunicazione e di immagine, nascondendo la consistenza reale dei problemi, più che alla soluzione dei problemi stessi e all’offerta di servizi efficienti e per tutti? Sono convinto che chi per vocazione, per lavoro, per servizio, per mandato pubblico, per elezione è chiamato a operare per gli altri debba essere sobrio per incontrare realmente le donne e gli uomini nelle loro esigenze, per mettere al centro delle proprie attenzioni i problemi delle persone e delle famiglie e, quindi, per risolverli.

La festa di sant’Ambrogio può suonare come appello a un sussulto di moralità e spiritualità nei nostri stili di vita. La nostra Città è interessata – e lo sarà sempre più – da progetti di realizzazione di grandi opere che esigono ingenti quantità di denaro e per le quali sono possibili interferenze e infiltrazioni di criminalità organizzata. Divengono quindi ancora più urgenti da parte di tutti – e specialmente di chi ha maggiori responsabilità – il rispetto di norme semplici, chiare ed efficaci, il confronto con la coscienza morale, la rettitudine nell’agire, la gestione corretta del denaro pubblico.

In ambito ancor più personale, vivere secondo sobrietà aiuta a verificarsi su quale sia la vera sorgente della felicità. Con uno stile di vita sobrio è facile smascherare l’illusione che la felicità provenga dal possesso delle cose, da un’esistenza condotta sempre “oltre il limite”. Troppe persone – e non solo i giovani – sembrano alla ricerca di uno “stato di ebbrezza permanente” da perseguire con eccessi (di sostanze stupefacenti, di alcool, di sensazioni ed emozioni forti) quasi per dimenticare quanto sia seria e impegnativa la vita, quasi per sfuggire alle proprie responsabilità, quasi per volersi sottrarre al compito di ricercare quella felicità duratura e profonda che deriva dalla piena e autentica realizzazione di sé. Questi stili di vita esaltano l’individualismo, corrono il rischio di distruggere i soggetti, allentano i legami sociali, indeboliscono la Città.

Persone autenticamente felici, invece, portano un grande contributo alla costruzione di una Città migliore: la vera gioia, infatti, non presenta mai i tratti dell’egoismo bensì del dono di sé, scaturisce dalla ricerca del bene dell’altro. Se anzitutto i fedeli di questa Città – ed è il pastore, il Vescovo ad esprimersi così – vivranno con sempre maggiore coerenza il loro essere cristiani, la ricerca del bene dell’altro genererà un intreccio virtuoso che renderà Milano coesa, capace di curare e guarire le ferite dei suoi abitanti. Stili di vita personali virtuosi sprigionano la forza per rinnovare la Città.

Una conversione è possibile?

In questo senso ripropongo la chiamata alla conversione, esattamente nella linea proposta da Benedetto XVI il 1° gennaio 2009 e – in termini ampi e dal valore profetico – nell’enciclica Caritas in veritate. Il Papa invita a vedere la crisi “come un banco di prova”, ponendo questi interrogativi:

«Siamo pronti a leggerla, nella sua complessità, quale sfida per il futuro e non solo come un’emergenza a cui dare risposte di corto respiro? Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e lungimirante?» 

Si esige un cambiamento radicale, lungimirante e teso al bene comune globale. Si esige una progettazione di ampio respiro, capace di andare oltre le risposte immediate ed effimere, capace di dare un volto nuovo alla nostra Città. Una progettazione che riguardi tutti i grandi capitoli della vita sociale.

La direzione tracciata è precisa: si tratta di favorire, diffondere e condividere modelli e stili di vita insieme profetici e praticabili, capaci di far crescere le virtù e le opere della sobrietà e della solidarietà: nell’ambito personale e interpersonale, in quello comunitario e istituzionale.

Guardiamo a Cristo

È richiesto un grande investimento educativo da parte di tutti. All’Angelus del 1° gennaio di quest’anno il Papa conclude con un’annotazione di particolare importanza: «Gesù Cristo non ha organizzato campagne contro la povertà, ma ha annunciato ai poveri il Vangelo, per un riscatto integrale dalla miseria morale e materiale. Lo stesso fa la Chiesa, con la sua opera incessante di evangelizzazione e promozione umana…».

È dunque a Cristo che dobbiamo guardare, come singole persone, come città di Milano, a lui che è il “buon samaritano” e che vuole continuare a essere presente e operante nella storia dell’umanità ferita e bisognosa di “cura” tramite la nostra mediazione.

Quella di Cristo è una presenza che ha i segni del Crocifisso, che sa attraversare le situazioni umane di fatica e di sofferenza assumendole, facendosene carico. Conserviamo la presenza del crocifisso, simbolo cristiano ma anche simbolo profondamente umano. Di fronte ad esso siamo tutti richiamati a interrogarci sul significato che hanno il soffrire e il morire, così come possiamo ritrovare la speranza per superare le situazioni di dolore e di morte. Ma il Crocifisso è risorto! Non limitiamoci a considerare il crocifisso come segno di un’identità. Dobbiamo passare dal simbolo alla realtà, alla realtà di Gesù Cristo morto e risorto e veniente, persona viva, concreta, incontrabile, sperimentabile. Conserviamolo questo simbolo, ma soprattutto viviamolo con umile, forte e gioiosa coerenza.

Concludiamo con una riflessione che sant’Ambrogio pone al termine del suo commento alla parabola del buon samaritano.

«Siccome nessuno è maggiormente prossimo di Colui che guarì le nostre ferite, amiamolo come Signore, ma amiamolo anche come prossimo; nulla è tanto prossimo quanto il Capo alle membra. Amiamo anche chi è imitatore di Cristo, amiamo chi ha compassione dell’altrui indigenza secondo l’unità che vige nel corpo. Non è la parentela che fa il prossimo, ma la misericordia» (Esposizione del Vangelo secondo Luca, VII,84).

+ Dionigi card. Tettamanzi

     Arcivescovo di Milano

L'ultimo messaggio di BP agli esploratori

pubblicato 13 mar 2010, 14:45 da milano 35   [ aggiornato il 13 mar 2010, 14:54 da Massimo Guerreschi ]

Questo è l'ultimo testo inviato da BP - il fondatore dello scoutismo - agli scout di tutto il mondo.
E' un condensato delle finalità del movimento scout e indica l'atteggiamento appropriato con cui vivere l'esperienza scout.
Gli scout sono molto affezionati a questo messaggio e - come invita a fare direttamente BP - spesso si trovano a meditare su queste parole.

Cari Scouts,
Se avete visto la commedia Peter Pan vi ricorderete che il capo dei pirati ripeteva ad ogni occasione il suo ultimo discorso, per paura di non avere il tempo di farlo quando fosse giunto per lui il momento di morire davvero. 
Succede press'a poco lo stesso anche a me, per quanto non sia ancora sul punto di morte, quel momento verrà, un giorno o l'altro; così desidero mandarvi un ultimo saluto prima che ci separiamo per sempre. 
Ricordate che sono le ultime parole che udrete da me: meditatele. 
Io ho trascorso una vita molto felice e desidero che ciascuno di voi abbia una vita altrettanto felice. 
Credo che il Signore ci abbia messo in questo mondo meraviglioso per essere felici e godere la vita. 
La felicità non dipende dalle ricchezze né dal successo nella carriera, né dal cedere alle nostre voglie. 
Un passo verso la felicità lo farete conquistandovi salute e robustezza finché siete ragazzi, per poter essere utili e godere la vita pienamente una volta fatti uomini. 
Lo studio della natura vi mostrerà di quante cose belle e meravigliose Dio ha riempito il mondo per la vostra felicità. Contentatevi di quello che avete e cercate di trarne tutto il profitto che potete. Guardate al lato bello delle cose e non al lato brutto. 
Ma il vero modo di essere felici è quello di procurare la felicità agli altri.
Cercate di lasciare questo mondo un po' migliore di quanto non l'avete trovato e, quando suonerà la vostra ora di morire, potrete morire felici nella coscienza di non aver sprecato il vostro tempo, ma di avere fatto del vostro meglio. 
"Siate preparati" così, a vivere felici e a morire felici. 
Mantenete la vostra Promessa di Scouts, anche quando non sarete più ragazzi, e Dio vi aiuti in questo.

Il vostro amico
Baden Powell of Gilwell

Centenario dello scoutismo - libro per festeggiare e riflettere

pubblicato 13 mar 2010, 14:36 da milano 35   [ aggiornato il 13 mar 2010, 14:43 da Massimo Guerreschi ]

Cominciamo riprendendo una segnalazione già fatta ai genitori durante il Pranzo di Natale del 2008.
Si tratta del libretto "Lo scoutismo in 22 parole", scritto in occasione del recente centenario del movimento scout mondiale.
Di seguito riportiamo l'indice, mentre in allegato trovate il volumetto completo.

Un’esperienza esistenziale e culturale
In principio era la parola
1. ) A come Ambientazione
2. ) B come Buona Azione
3. ) C come Campo
4. ) D come Deserto
5. ) E come Esploratore
6. ) F come Famiglia Felice
7. ) G come Giorgio
8. ) H come Hebertismo
9. ) I come Impresa
10. ) J come Jamboree
11. ) L come Legge Scout
12. ) M come Motto 
13. ) N come Nodo 
14. ) O come Omerali
15. ) P come Promessa
16. ) Q come Quaderno di caccia
17. ) R come Reparto scout 
18. ) S come Sentiero
19. ) T come Totem 
20. ) U come Uscita
21. ) V come Veglia 
22. ) Z come Zampa tenera

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